Il lungo loggiato porticato del Sacro Monte di Varallo
Il loggiato del Sacro Monte di Varallo · foto: Zairon · CC BY-SA 4.0 · Wikimedia Commons

Alla fine del Quattrocento un frate francescano, Bernardino Caimi, ebbe un'idea semplice e ambiziosa: ricostruire i luoghi della Terra Santa su una montagna piemontese, perché chi non poteva permettersi il pellegrinaggio in Palestina potesse comunque percorrerli. Nacque così, sopra Varallo, il primo dei Sacri Monti.

Una quarantina di cappelle, un unico racconto

Il percorso si sviluppa lungo il fianco della montagna e attraversa una quarantina di cappelle. Ognuna contiene una scena: statue a grandezza naturale in terracotta dipinta, disposte come attori su un palcoscenico, con alle spalle affreschi che completano lo sfondo e moltiplicano le figure. Si guarda dentro attraverso grate e finestre, ed è un effetto che colpisce anche chi non arriva qui per motivi religiosi.

La cappella più celebre è quella dell'Adorazione dei Magi, opera di Gaudenzio Ferrari, il pittore valsesiano che al Sacro Monte lavorò a lungo e che qui diede il meglio di sé nel far dialogare scultura e pittura.

Patrimonio dell'umanità

Dal 2003 il Sacro Monte di Varallo fa parte del sito UNESCO che riunisce i Sacri Monti del Piemonte e della Lombardia. Il riconoscimento tiene insieme complessi diversi per epoca e dimensione, ma accomunati dallo stesso principio: usare l'architettura e il paesaggio come strumento di racconto.

Come si arriva e quanto tempo serve

Si può salire in auto fino al piazzale oppure prendere la funivia che parte dal centro di Varallo: la seconda soluzione è più comoda nei giorni di maggiore affluenza, quando il parcheggio in cima si riempie. In entrambi i casi conviene verificare gli orari in anticipo, perché cambiano con la stagione.

Per il percorso completo servono due o tre ore, camminando senza fretta su un acciottolato in salita. Chi ha meno tempo può limitarsi al piazzale della basilica e alle cappelle più vicine, che da sole danno l'idea dell'insieme.

Per le fotografie: le cappelle restano in ombra per buona parte della giornata e l'interno si guarda attraverso grate. La luce migliore è nel primo pomeriggio, quando il sole gira sul fianco della montagna.

Un'invenzione che ha fatto scuola

Quello di Varallo non è rimasto un caso isolato. Fra Cinquecento e Seicento il modello si è diffuso in tutto l'arco alpino: Orta, Oropa, Crea, Ghiffa, Domodossola, Belmonte in Piemonte, Varese e Ossuccio in Lombardia. Nove complessi che nel 2003 l'UNESCO ha riconosciuto insieme come un unico sito, proprio perché rappresentano la stessa idea declinata in luoghi diversi.

L'idea, in fondo, era un'operazione di comunicazione: rendere visibile e percorribile una narrazione che fino ad allora si affidava alle parole e alle immagini dipinte. Le statue a grandezza naturale, viste da vicino attraverso le grate, producono un effetto che nessun affresco può ottenere.

Gaudenzio Ferrari e la Valsesia

Il nome che ricorre più spesso, parlando del Sacro Monte, è quello di Gaudenzio Ferrari: pittore e scultore nato in Valsesia alla fine del Quattrocento, formatosi fra Lombardia e Piemonte, capace di lavorare contemporaneamente sulla terracotta e sull'affresco. Nelle cappelle di sua mano la separazione fra le due tecniche si perde: le figure in rilievo si staccano dal muro e proseguono nella pittura dipinta alle loro spalle.

È una soluzione che oggi verrebbe chiamata immersiva, e che a Varallo è stata messa in atto cinquecento anni fa. Chi vuole approfondire trova altre opere di Gaudenzio nella chiesa di Santa Maria delle Grazie, giù in paese, a pochi minuti dalla stazione della funivia.

Varallo, in basso

Il paese merita una sosta a sua volta. La piazza principale con i portici, la Pinacoteca e le vie del centro storico si visitano in un'ora, e sono a pochi passi dalla stazione della funivia. Da Varallo, chi vuole continuare può risalire la Valsesia fino ad Alagna, ai piedi del Monte Rosa.

La Valsesia in mezz'ora d'auto

Casa Aura è a Roasio Santa Maria, alla base delle colline: Varallo dista poco più di trenta chilometri e si raggiunge senza mai entrare in autostrada.